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La Borsalino è sempre preda della bufera giudiziaria successiva alla dichiarazione di fallimento, al sequestro cautelativo del marchio e all’iscrizione di sette persone nel registro degli indagati, senza dimenticare la pesante contrapposizione fra i curatori e la società che ha avuto in affitto il ramo d’azienda, affitto ora disdettato. Ed è in questo quadro che la Cgil scende in campo, da sola, per “dare voce e sostegno” ai dipendenti del cappellificio, perché è necessario “dare un volto e un nome” a chi produce ‘il Borsalino’ e perché è fondamentale “mantenere alta l’attenzione sulle vicende della fabbrica”. Nasce così ad Alessandria la campagna di comunicazione #lavorandoborsalino che ha l’obiettivo di “coinvolgere le istituzioni, i cittadini, i media, gli studenti universitari e delle scuole superiori”. La Cgil “accende un faro sui lavoratori” spiegano Franco Armosino (segretario generale) e Maria Iennaco (segue da cinque anni la Borsalino per la Filctem). In collaborazione con Radio Gold di Alessandria sono stati registrati quattordici interventi di altrettanti dipendenti del cappellificio i cui video saranno immessi sulla rete social della Cgil e di Radio Gold ed è prevista anche la creazione di pagina Facebook dedicata alla campagna. “Manifesti, locandine e cartoline con alcune delle frasi più pregnanti verranno distribuiti, fino a maggio, attraverso alcuni presìdi e il mezzo dello Spi che ogni lunedì mattina è presente al mercato di piazza Perosi ad Alessandria. Verrà anche posizionato un monitor all’altezza della sede sul lato di via Faà di Bruno che trasmetterà, durante il giorno il video sottotitolato” spiegano Armosino e Iennaco. “Dal giorno della dichiarazione di fallimento la Cgil – si legge su una nota – ha iniziato un percorso di sostegno al futuro della lavoratrici e dei lavoratori. Oltre al costante lavoro sindacale la Cgil vuole richiamare l’attenzione della città, delle istituzioni della politica sul lavoro che le lavoratrici e i lavoratori hanno svolto e stanno svolgendo all’interno della fabbrica. La Borsalino non ha chiuso e ogni giorno i lavoratori continuano a produrre cappelli per il territorio nazionale per l’esportazione internazionale”. L’iniziativa, aggiunge Armosino, è stata “decisa da tempo, ci abbiamo pensato qualche mese fa e non c’entra la recente accelerazione che ha subìto tutta la vicenda. Il marchio della Borsalino può sopravvivere comunque, i lavoratori no”.

Ma vista la complessità, delicatezza e criticità della fase attuale, non sarebbe stato meglio decidere per una azione corale, unitaria e che trasmettesse un senso di maggiore compattezza fra tutte le sigle? “Questo – risponde Armosino – è un progetto di comunicazione e immagine della Cgil. Sul piano strettamente sindacale lavoriamo insieme a Cisl e Uil per concordare azioni da fare insieme. Prossimamente ci incontreremo per stendere un cronoprogramma delle cose da fare per arrivare a coinvolgere livelli sempre più alti delle istituzioni, da quelle locali alla Regione e arrivare al Ministero dello sviluppo economico, pensando parallelamente a organizzare eventuali eventi e manifestazioni pubbliche”.

La Cgil guidata da Armosino non si schiera con nessuna delle parti in causa, né con la Haeres Equita di Philippe Camperio (“Non lo conosco personalmente” dice il segretario generale) che ha gestito finora l’affitto del ramo di azienda, né con i curatori fallimentari, Stefano Ambrosini e Paola Barisone. “Non possiamo ignorare le indagini in corso e le ipotesi di reato. Posso solo osservare che se i curatori dicono che sono in grado di prendere il marchio da mettere quindi all’asta insieme all’azienda, e chiudere così la vicenda per tempo, allora lo facciano, se sono in grado come dicono. Il fattore tempo è decisivo”. È questo forse il punto su cui tutte le parti sono d’accordo: fare il prima possibile perché le scadenze in vista nascondono un allungamento dell’orizzonte temporale che non farà bene ad alcuno. Infatti il 13 marzo è in calendario a Torino l’udienza dell’Appello contro il fallimento. Chiunque perda, un attimo dopo è probabile che decida di presentare un ricorso in Cassazione.

Ma c’è modo di uscirne, visti rapporti tesi fra le parti? Dopo la revoca dell’affitto del ramo di azienda, decisa dai curatori per “ritardi nel pagamento dei contratti di affitto e di lease back del marchio”, la Haeres Equita ha novanta giorni per restituire l’azienda, a meno che “non intenda sedersi al tavolo dei curatori per trattare” come hanno ribadito loro stessi durante l’incontro sindacale e la recente assemblea in azienda. Peccato che uno non parli con l’altro e che tutti i legali schierati in campo si stiano, di fatto, scontrando sul fronte giuridico, ma non cercando altre soluzioni.

Camperio, inoltre, ha affermato durante l’ultimo incontro con Cgil, Cisl e Uil che presenterà un non meglio precisato “piano ai curatori” che verrà poi illustrato ai sindacati e alla comunità alessandrina. Intanto l’impreditore italo-svizzero continua a dire che il marchio “è suo” e che i suoi legali “hanno completato il dossier che testimonia anche le ripetute richieste di incontro avanzate ai curatori che sono rimaste però senza risposta”. Ambrosini ha invece ripetuto di non avere mai ricevuto proposte di incontri. Infine Camperio, sempre di fronte ai sindacati, ha ripetuto “di volere andare avanti (l’affitto del ramo di azienda scade con giugno, ndr) in quanto ha accordi con molti clienti e vuole quindi finire la stagione 2018 che si chiude a fine anno”.

Il progetto della Cgil arriva con questo clima aziendale. E nei ‘dietro le quinte’ bisogna anche registrare le reazioni di Cisl e Uil alla campagna di comunicazione e immagine della Cgil. Pur se in modo pacato c’è chi parla di azione inopportuna: “Non bisogna fare iniziative sporadiche e solitarie, bensì lavorare insieme” viene osservato. Non c’è volontà di innescare alcuna contrapposizione fra le organizzazioni sindacali, comunque, perché l’interesse è solo quello dei lavoratori e fare in modo di mantenere il sito produttivo ad Alessandria. Carte bollate permettendo.