La pandemia, le cure a casa, i giornali e tutti quelli che non hanno letto nemmeno una riga di David Quammen

L’Italia è una nazione bellissima. E i giornali, anche. Sulla prima pagina del Corriere della Sera (carta e digitale) campeggia un articolo che annuncia trionfante che l’Istituto di ricerche farmacologiche ‘Mario Negri’ di Milano ha messo a punto un protocollo per il trattamento a domicilio dei pazienti malati di covid, basato su «un nuovo metodo adottato da una trentina di medici di famiglia che l’avevano sperimentato su una platea di cinquecento pazienti». Uno studio in fase di pubblicazione mette a confronto «l’esito clinico di novanta pazienti colpiti da covid e trattati all’esordio a domicilio con il nuovo protocollo senza aspettare il risultato del tampone nasofaringeo con quello di altri novanta pazienti covid comparabile per età, sesso e comorbilità trattati con diversi regimi terapeutici». Certo, lo studio ha seguito i parametri classici della ricerca scientifica, non è stata una semplice osservazione di quanto avvenuto, ma quello che fa riflettere è l’enfasi giornalistica. La sintesi è: curare ai primi sintomi è utile per ridurre ospedalizzazione e decessi. Bella scoperta!

I novanta casi, inquadrati in uno studio scientifico, arrivano alla stessa conclusione delle migliaia e migliaia di malati covid che sono guariti, altrettanto bene, dopo cinque-sette giorni di terapia a casa, dal marzo 2020 a questa parte in Piemonte, Lombardia ed Emilia. I medici che hanno iniziato a curare a domicilio, prima hanno pensato alla salute dei pazienti e hanno usato, in scienza e coscienza, i farmaci disponibili, e poi a intraprendere studi scientifici e pubblicazioni (che sono successivamente arrivate). È avvenuto esattamente un anno fa in provincia di Alessandria, grazie ai medici del Distretto Asl di Acqui e Ovada, agli infettivologi di Novara e Alessandria, a medici di base del milanese, a un primario dell’ospedale di Piacenza. Tutti, da posizioni professionali ed esperienze diverse, sono arrivati alla stessa conclusione con gli stessi risultati: ognuno ha curato alcune centinaia di pazienti, con solo una manciata di ricoveri e qualche decesso.

Poi, molto faticosamente questo va detto, dopo diversi mesi la Regione Piemonte ha approvato, a marzo, un nuovo protocollo di cure a casa che mette in campo medici, infermieri, farmaci e medicinali. Ma nessuno lo ha raccontato con la stessa enfasi. Mentre a livello nazionale viene data eternamente voce a chi contesta queste modalità di cura nella primissima fase della malattia, benché spesso coloro che ne parlano non abbiano mai visto in faccia un paziente in vita loro. Né a casa, né in una corsia d’ospedale. Perché? Magari, è solo un dubbio malizioso, in quanto in un protocollo è stato reintrodotto un farmaco dall’azione antivirale e immunomodulante che però non piace (a parte i pazienti guariti in una settimana, ovviamente) a molti soloni della medicina.

In fondo, però, non c’è da meravigliarsi. In Italia opera un Comitato tecnico scientifico (Cts) in cui non siede un solo infettivologo. Siamo in una nazione in cui se si fosse letto un po’ di più David Quammen, sarebbe molto più chiaro ai cittadini quanto sta accadendo con Sars-cov-2. E forse si ascolterebbero con capacità critiche diverse i vari esperti che pontificano quotidianamente.

Ma in fondo, questo è il Paese in cui la storia di Luigi Cavanna, primario piacentino di Oncoematologia, che a marzo 2020 ha inventato una task force per curare a casa i malati, è stata raccontata da Time e poi dai giornali italiani. Sempre a pronti, mediamente, a rincorrere le notizie, stando attenti a non incrinare mai le verità, e gli ‘specialisti’, ufficiali.