In Francia è scattata la petizione, a favore dei piccoli negozi, chiamata “Natale senza Amazon”. E anche in Italia c’è chi prova a scendere in campo contro il colosso dell’e-commerce, dando vita a una battaglia dai contorni non chiari. C’è una rappresentanza di categoria, come Confcommercio, che ha fatto della guerra ad Amazon la sua priorità. C’è Alberto Cirio, presidente della giunta regionale del Piemonte, che all’inizio di novembre ha annunciato «una tassazione per i colossi dell’e-commerce. In attuazione della possibilità data ai Consigli regionali di proporre iniziative di legge nazionali – ha affermato – presenterò domani stesso una proposta di legge che imponga una tassazione straordinaria alle piattaforme internazionali di vendita online per tutta la durata delle nuove misure del Governo, prevedendo di destinare la totalità dell’introito ai piccoli esercizi commerciali di vicinato».

Giusto? Sbagliato? Premesso che se si vive in un libero mercato ognuno ha diritto di scegliere in piena autonomia dove e cosa comprare, quello che appare anacronistico e fuori dal tempo è il posizionarsi pressoché a priori “contro” qualcosa. Piaccia o meno, l’e-commerce è una realtà. Ed è l’intera economia a essere cambiata. Nel periodo dal primo giugno 2019 al 31 maggio 2020, i partner di vendita italiani di Amazon hanno venduto più di 60 milioni di prodotti rispetto ai 45 milioni venduti nello stesso periodo l’anno precedente. La media di vendita è stata di più di 100 prodotti al minuto, pari a una media di vendita di oltre 75.000 euro. È quanto risulta dal Report 2020 di Amazon sulle 14.000 piccole e medie imprese italiane che vendono i loro prodotti attraverso il colosso online. Nel 2019 hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro. Di queste, circa 600 piccole e medie imprese hanno superato il milione di dollari di vendite. Il rapporto sottolinea che «questi impatti positivi hanno permesso a queste piccole e medie imprese di creare oltre 25.000 posti di lavoro». Avrebbero avuto lo stesso risultato se avessero venduto unicamente attraverso la tradizionale rete di negozi al dettaglio o la grande distribuzione?

Le piccole e medie imprese che vendono su Amazon hanno sede in tutte le regioni italiane e cinque ospitano oltre 1.000 venditori. Queste le dieci regioni con il maggior numero di piccole e medie che vendono online con Amazon: 2000 in Lombardia e in Campania; 1500 nel Lazio; 1000 in Puglia e in Veneto; 900 in Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna e Sicilia; 400 nelle Marche. Rispetto alle vendite all’estero, il Piemonte si colloca al quinto posto con 30 milioni di valore export, insieme al Veneto, dopo Campania (75 milioni), Lombardia (75 milioni), Lazio (50 milioni). Amazon assicura l’intera assistenza per logistica, consegna e logistica.

Certo, resta irrisolto il nodo fiscale rispetto al quale rischia di non avere valore nemmeno una iniziativa di carattere nazionale. Lo ha spiegato bene Alec Ross, 48 anni, americano, per la rivista “Foreign Policy” uno dei “100 Global Thinkers” in una intervista a Giuliana Ferraino pubblicata dal Corriere Economia. «Il capitale oggi è globale. Quando un’azienda raggiunge una certa taglia – ha spiegato Ross – può scegliere di uscire dal sistema fiscale e andare in un altro Paese più conveniente. Il primo problema è che l’Europa è il suo stesso problema, perché Irlanda, Olanda, Lussemburgo e (ancora per poco) Regno Unito, sono gli Stati che fanno pagare tasse bassissime a Google e ai big della tecnologia e sono dentro l’Unione europea. Perciò l’Europa dovrebbe prima di tutto mettere ordine nel suo pasticcio fiscale. Poi per regolamentare la questione fiscale serve un negoziato multilaterale con gli Stati Uniti. Non c’è nulla di più importante di un sistema fiscale globale equo. Con una tassazione giusta, l’Italia potrebbe permettersi di modernizzare l’istruzione, di fare investimenti in infrastrutture, costruire network 5G o reti di protezione sociale, senza aumentare le tasse al ceto medio».

Questione fiscale a parte, lo scontro a muso duro che va in scena in questi giorni dove può portare? A un parziale riequilibrio del mercato? Oppure rischia di rendere ancora più evidente il divario tecnologico italiano? Invitare ad andare a fare acquisti in un negozio cittadino è sacrosanto per diversi motivi. E chi ha imparato la lezione, a cominciare dalla disponibilità a fare le consegne a casa e a usare in modo intelligente i canali social, oggi sta combattendo una battaglia durissima, per certi versi incerta, ma sicuramente con più opportunità in più di chi non è riuscito a innovare la proposta e la gestione commerciale della propria attività.

Il sito internet è ancora per molti, forse per troppi, ritenuto qualcosa di inutile, un orpello di cui si può fare a meno, e, quando c’è, magari non è aggiornato, è troppo statico e poco attrattivo. C’è poi chi ha aperto una pagina su Facebook, ma se non la si sa gestire con competenza, il messaggio rischia di non sfondare, di non essere visto. E quindi si rivela sostanzialmente inutile.

L’economia oggi non ha nulla a che vedere con quella del passato. È chiaro che non ci può essere paragone fra un negozio di quartiere e la varietà quasi sterminata di merce, la garanzia di due anni sempre garantita, la possibilità di restituire quanto si è comprato con il rimborso totale in tempi brevissimi, la consegna puntuale (nei punti di ritiro o a casa) e gratuita (scegliendo questa opzione con un abbonamento annuale che include offerta televisiva, musicale e di lettura) di Amazon. Però è anche vero che all’interno di ogni singola tipologia merceologica, la grande piattaforma non riesce a dare tutto. Ed è qui che entra in gioco il fattore ‘specializzazione’ che se non può riguardare tutti i negozi, è comunque in grado di fare la differenza per parecchie tipologie di merce. Poi c’è la necessità di una vetrina virtuale efficace che rappresenti l’identità del negozio, la possibilità di pagare sempre con la moneta elettronica, l’accoglienza e il sorriso. In una parola, l’umanità che il computer non assicurerà mai. Purtroppo, navigando nel web e girando per negozi ed esercizi di ristorazione si deve constatare come la distanza fra questi mondi sia ancora enorme. E quello che però fa più specie è che mentre c’è chi contesta a prescindere, altri si rimboccano le maniche, pensano, innovano, usano la fantasia e la creatività trovando soluzioni per proposte commerciali che sono rivelate capaci di conquistare un pubblico nuovo e inatteso. Ma cosa hanno usato questi imprenditori, oltre alla propria inventiva (e in investimento a volte davvero minimo)? Internet.