virusLa provincia di Alessandria continua a essere una “Codogno 2”, con un costante incremento di casi di malati di covid-19, ma soprattutto con le strutture ospedaliere ormai sature. Ad Alessandria per i pazienti colpiti dal coronavirus quasi non c’è più posto. In diversi casi il 118 trasporta i malati in altri ospedali, mentre il Pronto soccorso deve fare fronte ai casi più gravi con crescenti difficoltà logistiche perché gli spazi sono ormai saturi in diversi piani (almeno quattro) dell’ospedale, tutti riconvertiti per i pazienti covid (circa 150).

Ecco perché per alleggerire la situazione è fondamentale cercare di curare le persone infettate dal coronavirus nella fase iniziale della malattia. Bisogna anticipare la diagnosi e la terapia, che può essere gestita in casa. E oggi è possibile. Il medico che ha il sospetto che il paziente sia infetto lo inserisce in Adi (Assistenza domiciliare integrata), compila una relazione tecnica dettagliata e in tempo reale viene aperta la cartella del paziente che riceverà a casa il farmaco (idrossiclorochina) che al momento è quello che dimostra la maggiore efficacia nel bloccare l’infezione. Il fattore decisivo resta quello della velocità dell’intervento. In questo senso, la sanità territoriale che fa capo all’Asl di Alessandria si è mossa fra le prime in Piemonte per dare quella risposta che molti esperti indicano come fondamentale per arginare gli accessi negli ospedali. Dove, invece, viene somministrato, dall’azienda ospedaliera come nelle strutture dell’Asl Al, il Tocilizumab in modalità off-label (utilizzo in situazioni che non sono previste dalla scheda tecnica del prodotto). È un anticorpo monoclonale finora usato per il trattamento dell’artrite reumatoide, in grado di bloccare l’infiammazione che causa le insufficienze respiratorie nei pazienti più gravi.

In Piemonte, come d’altronde nel resto dell’Italia, si assiste intanto al quotidiano balletto dei numeri di contagiati, guariti, deceduti. Una serie infinita che in realtà non aiuta molto a capire, un po’ per via del linguaggio usato nelle ripetitive conferenze stampa, un po’ perché in realtà non sono dati sempre aggiornati. C’è un problema, infatti, di tempestività della comunicazione, che non è uniforme dai territori alla sede regionali dell’Unità di crisi, ma anche di criticità tecniche. Ad Alessandria, per esempio, all’inizio della settimana per tre giorni sono stati ritardati i tamponi eseguiti sui pazienti presente nel Dea (Dipartimento emergenza e accettazione) per la mancanza di reagenti. Questo ha influito sui numeri e sulla successiva statistica. Gli unici dati su cui sarebbe utile fare analisi, non solo ad Alessandria ma in tutto il paese, è quello dei pazienti ricoverati in rianimazione e il numero dei decessi. Ma in Piemonte si continuano a fornire dati generali provinciali, non suddivisi per ospedali e quindi una analisi territoriale risulta difficile.

E fra i dati, crudi, che sintetizzano quello sta accadendo ogni giorno, c’è quello dei morti. Ad Alessandria, come in altre città, si fa sempre più fatica a trovare spazio per le bare (una media di dieci/quindici al giorno), all’interno del cimitero del capoluogo, che provengono da ospedale e cliniche, mentre sarà ancora più difficile quantificare il numero totale dei decessi. Nella vicina Lombardia in molti muoiono in casa (e non rientrano nei conteggi ufficiali), mentre altri, sofferenti di patologie diverse, non arrivano nemmeno più in Pronto soccorso. Come avviene anche ad Alessandria dove è stato registrato un calo degli accessi per altre patologie.

Nell’Italia strozzata dalla burocrazia medioevale c’è l’ennesimo procedura, in cui non mancherà sicuramente la copia “conforme, controfirmata e validata” dal burocrate di turno. Dopo l’autorizzazione dei farmaci antimalarici (a carico del servizio sanitario nazionale) clorochina e idrossiclorochina e gli antivirali usati contro l’Aids lopinavir / ritonavir, danuravir / cobicistat, darunavir, ritonavir «per il trattamento anche in regime domiciliare dei pazienti affetti da infezione da Sars-CoV2», che saranno distribuiti dalle farmacie ospedaliere, è previsto «l’obbligo alla struttura prescrittrice di trasmettere tempestivamente all’area pre-autorizzazione dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco, ndr) i dati relativi ai pazienti trattati». Per carità, l’informazione deve essere trasmessa, però il trionfo della burocrazia va sempre celebrato.