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«L’Italia è una Repubblica fondata sul modulo». Carlo Alberto Carnevale Maffè, classe 1961, docente di Strategia alla Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi di Milano, spiega senza giri di parole come l’Italia del sistema pubblico sia in ritardo, che forse definire abissale è ancora poco, rispetto all’uso della tecnologia. «La Corea del Sud sta sconfiggendo l’epidemia anche grazie a semplici tecnologie di contact tracing del contagio su smartphone. In Italia è stato proposto alle autorità l’uso delle stesse tecnologie, settimane fa, ma hanno preferito il modulo cartaceo con l’autodichiarazione» ha scritto un paio di giorni fa in un tweet. E la storia di un progetto che potrebbe aiutare sul serio, utilizzando tecnologie che esistono già da tempo, è stata raccontata dalla giornalista Carlotta Scozzari su Business Insider Italia. «In Corea del Sud – è stato il secondo tweet di Carnevale Maffè – il fattore di riproduzione (R0) è già stimato sotto 1, grazie alla georeferenziazione dei casi di contagio e alla identificazione dei singoli focolai su mappe molto precise. Le tecnologie salvano la vita, nel rispetto della privacy».

Come ha ben precisato Carlotta Scozzari, l’uso dei big data (il termine inglese indica una raccolta di dati informativi così estesa per volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione di valore o conoscenza) «avrebbe anche potuto consentire di circoscrivere le zone in cui i contagi sono avvenuti, così da potere eventualmente adottare misure di contenimento forti della pandemia solo dove necessario e non indiscriminatamente su tutto il territorio italiano, come invece è stato fatto. Per ora, il progetto messo a punto dagli studiosi non è stato adottato né a livello regionale, né nazionale».

Certo, oggi il ricorso a una metodologia come quella raccontata da Business Insider Italia arriverebbe forse tardi rispetto all’esplosione dell’epidemia, ma sicuramente potrebbe aiutare nelle gestione di questa fase di massima emergenza. Infatti con il contact tracing «si usano tecnologie digitali, e quindi fondamentalmente i dati in arrivo dagli smartphone, per ricostruire in modo puntuale la catena della trasmissione e riuscire così a ridurre il rischio di contagio».

Invece l’Italia ha scelto il modulo di autocertificazione, la carta che si deve scaricare da un sito istituzionale, compilare a biro, piegare e tenere in tasca, il tutto sulla base della presunta buona fede del cittadino e dell’atteggiamento positivo delle forze dell’ordine. Carta, sempre carta, perché se non c’è un pezzo di carta, un bollo, un timbro e una controfirma non si riesce a vivere. Eppure che la tecnologia esista e che sia sotto i nostri occhi tutti i giorni è un dato di fatto. Cerchi un prodotto su internet? Dopo pochi minuti sei subissato di pubblicità analoghe. Vai a cena in un ristorante? Dopo un minuto il motore di ricerca ti chiede di recensirlo. Stai viaggiando in autostrada? Ogni momento è buono perché il tuo assistente virtuale ti spieghi dove sei, cosa c’è intorno a te, i luoghi da visitare, dove andare a mangiare e a dormire. Grazie alla tecnologia oggi si sa tutto di noi: dove siamo, cosa facciamo, cosa compriamo.

Nel paese del dragone, se non basta lo smartphone, ecco i controlli attraverso le telecamere. Come è stato raccontato sul ‘Sole 24 Ore’ da Biagio Simonetta nel pezzo intitolato “Così big data e intelligenza artificiale stanno battendo il coronavirus in Cina”. «Grazie ad applicazioni che utilizzano i big data, il governo ha intensificato il suo sofisticato e criticato sistema di sorveglianza che vanta circa 200 milioni di telecamere di sicurezza installate in tutto il Paese. Oggi – ha scritto Simonetta – lo stesso sistema viene utilizzato per far rispettare la quarantena ai pazienti infetti e per mappare i movimenti del virus. Un po’ in tutta la Cina, inoltre, è cresciuto esponenzialmente l’utilizzo di telecamere intelligenti in grado di intercettare le persone che non indossano una mascherina, ma anche di effettuare una scansione termica in real time così da individuare eventuali casi di febbre».

Poi gli smartphone. Esiste una applicazione che si chiama Alipay Health Code (sviluppata dal colosso Alibaba) che «assegna a ogni cittadino un colore: verde, giallo o rosso. Come un semaforo. E questo indica chi può essere ammesso negli spazi pubblici, chi ha problemi di salute e chi deve rimanere a casa, in quarantena. L’app utilizza i big data in possesso alla Sanità cinese per identificare potenziali portatori di virus ed è stata adottata in oltre 200 città della Repubblica Popolare».

Nell’Italia della carta, della burocrazia che vive solo per mettere il timbro e controfirmare la marca da bollo, di un medioevo tecnologico lontano anni luce dal mondo reale (si misura in questi giorni la fragilità delle infrastrutture immateriali e l’arretratezza di un sistema che parla del telelavoro e delle lezioni da remoto come se fosse una fantastica avventura nello spazio, quando è una cosa assolutamente normale) appare difficile che il salto di qualità si faccia presto. Senza dimenticare che ci sarà chi invocherà la tutela della privacy. Che deve essere garantita, certo, ma già lo è rispetto alle tecnologie di cui parla Carnevale Maffè. E comunque visto che non c’è un italiano che si faccia problemi a fare sempre, attraverso i social, dove è cosa, cosa fa, cosa mangia, con chi è, usare questi strumenti per contribuire alla lotta all’epidemia appare una soluzione praticabile. Ma per farlo, bisogna decidere che l’ultima parola non spetta più al burocrate ministeriale seduto a una scrivania, che si nasconde fra pile di carte e miriadi di commi, bensì a una tecnologia da usare in modo serio e non solo per scattare l’ennesimo selfie con l’ultimo filtro di immagine alla moda.