Nel giorno in cui i giornali italiani hanno pubblicato la sintesi del rapporto mondiale Ipbes, la piattaforma intergovernativa promossa dall’Onu sulla biodiversità, che ha lanciato l’allarme per un milione di specie animali e vegetali a rischio estinzione, ad Alessandria è andato in scena il convegno “La provincia più inquinata d’Italia? Cerchiamo di capire se è vero” promosso nell’ambito della Settimana di studi sulle autonomie locali promossa dal Dottorato di ricerca in autonomie locali dell’Università del Piemonte Orientale in collaborazione con il Digspes (Dipartimento di giurisprudenza, scienze politiche, economiche e sociali), la Società italiana di diritto sanitario, la sezione di Casale Monferrato dell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti e il liceo ‘Peano’ di Tortona, con il sostegno della Fondazione Cassa di risparmio di Alessandria e Fondazione Social.

L’alessandrino è davvero uno dei territori più malati d’Italia? Una risposta netta non è arrivata. Esistono criticità molto elevate, aree profondamente inquinate, ma è anche ricomparso il gambero di fiume in alcuni corsi d’acqua, segno di un miglioramento ambientale. Il problema, se mai, è un altro. Il capoluogo e la provincia fanno parte di quella pianura Padana che è una delle aree più inquinate d’Europa, anche a causa dei mutamenti climatici che stanno causando una progressiva modifica della circolazione atmosferica e determinano l’aumento di anomalie ed eventi estremi, variabilità meteorologica, impatto sugli ecosistemi e sulla salute (aumento delle allergie, presenza crescente di malattie trasmesse dalle zanzare come la ‘febbre del Nilo’ che l’anno scorso ha registrato diciotto casi in Piemonte di cui quattro ad Alessandria). Lo hanno spiegato bene i relatori, introdotti dal presidente della Provincia di Alessandria, Gianfranco Baldi, e dal direttore del Dipartimento di scienze e innovazione tecnologica (Disit) dell’Università del Piemonte Orientale, Leonardo Marchese. Hanno parlato Claudio Coffano (Direzione Ambiente della Provincia di Alessandria); Alberto Maffiotti (Arpa Piemonte); Chiara Bisio, Enrico Ferrero, Guido Lingua del Disit; Giorgio Arduino, funzionario della Regione Piemonte, esperto tecnico in materia di miglioramento della qualità dell’aria e di analisi degli scenari e degli impatti; Paolo Borasio (assessore all’Ambiente del Comune di Alessandria); Susanna Cichero (Confindustria Alessandria); Marco Ciani (segretario confederale Cisl in rappresentanza delle confederazioni Cgil e Uil); Mauro Bressan (amministratore delegato Amag). Al dibattito, cui è intervenuto Renato Balduzzi, responsabile scientifico del Drasd (Dottorato di ricerca in autonomie locali, servizi pubblici e diritti di cittadinanza) e docente all’Università Cattolica di Milano, ha partecipato Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, che è stato ‘l’ospite d’onore’ della settimana di studi sulle autonomie locali.

Maffiotti e Coffano hanno tracciato un quadro dello stato di salute del territorio alessandrino che deve fare riflettere non tanto e non solo per i problemi aperti e irrisolti, ma soprattutto per le conseguenze dei fenomeni di vasta portata che possono determinare pesanti conseguenze su aree già in buona misura compromesse. L’andamento climatico è indipendente da quanto avviene sul piano locale, dove però se non si è preparati si rischia di pagare un conto altissimo. «Nel 2018 – ha detto Maffiotti – in dieci giorni è caduto il quaranta per cento di pioggia di un anno, mentre la temperatura è aumentata più della media (circa due gradi) e in alcune aree, come il Casalese, l’incremento è stato di quasi tre gradi». Anche le risorse idriche, di superficie e di falda, non stanno molto meglio. «Il problema è che c’è meno acqua e quindi cresce la concentrazione degli inquinanti che non sono più diluiti come in passato. Un esempio? Oggi quasi il venti per cento del contributo di acqua al Tanaro viene, ad Alessandria, dall’impianto di depurazione del capoluogo. Quando è stato progettato quando c’era una portata del fiume ben maggiore di quella di oggi e la conseguenza è che l’acqua immessa ha un contenuto batterico maggiore in confronto ad anni fa». L’aumento della ventosità, collegata alle modifiche della circolazione atmosferica in conseguenza dell’aumento della temperatura del mare Tirreno «ha determinato un parziale rimescolamento che ha visto diminuire, nel nord Italia, la presenza di metalli pesanti, mentre resta irrisolto il nodo delle polveri sottili e del biossido di azoto. Intanto si affaccia un altro problema ambientale legato alla presenza delle sostanze interferenti perfluoroalchiliche». Sono sostanze chimiche di sintesi utilizzate principalmente per rendere resistenti ai grassi e all’acqua vari materiali come tessuti, tappeti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, sono utilizzate in applicazioni civili e industriali. I composti chimici appartenenti a questo gruppo più usati sono l’acido perfluoroottanoico (Pfoa) e l’acido perfluoroottansulfonico (Pfos). «Non ci sono ancora limiti di legge rispetto alla loro presenza. Con l’introduzione di vincoli rigidi sarebbe a rischio l’acqua del Tanaro, ma soprattutto la Bormida dove scarica una industria chimica». Maffiotti non dice il nome, però il riferimento è chiaramente alla Solvay di Spinetta Marengo.

Non manca, a fronte di un consumo del suolo «inferiore a quello di altre regioni vicine», la presenza «di 170 siti contaminati di diversa gravità» e di «230 siti di bonifica. In questo numero – ha precisato Coffano – rientrano oltre 150 casi di bonifiche legate a incidenti (per esempio, la perdita di carburanti di un’auto o un camion in caso di incidente, ndr) e una ottantina di bonifiche di impianti di distribuzione di carburante, necessarie dopo la sostituzione delle cisterne».

I nuovi materiali per la salute dell’ambiente, la dispersione degli inquinanti in atmosfera e la bonifica di suoli inquinati mediante le piante sono stati i temi al centro delle relazioni (molto tecniche) degli esperti del Disit, a conferma del ruolo dell’università sul fronte della ricerca applicata (due interventi sono stati attuati all’interno del polo chimico della Solvay e sul terreno contaminato da zinco di una azienda metallurgica nel novese).

Luca Mercalli (ha partecipato ai lavori di apertura, lunedì, della Settimana di studio e al convegno promosso dal Dottorato di ricerca) ha commentato e sollecitato alcuni dei relatori, mentre non sono mancate affermazioni come «l’economia è in antitesi alla conservazione della biosfera», oppure «non bisogna sottovalutare l’emergenza, che va trattata come tale. È più grave un crollo in Borsa è l’estinzione della specie»? Considerazione finale formulata prima di lasciare Alessandria per tornare, in treno, a Torino e accompagnata da un commento sul mondo dell’informazione e della comunicazione (altro tema ricorrente in alcune delle relazioni). L’allarme lanciato dal rapporto mondiale Ipbes «oggi non ha quasi trovato spazio nelle prime pagine dei maggiori quotidiani. Solo Repubblica aveva una foto – notizia di richiamo, gli altri nemmeno quello (i pezzi all’interno erano comunque collocati molto avanti nella foliazione, ndr), eppure siamo di fronte alla sesta estinzione di massa». La quinta è stata quella che ha segnato la fine dei dinosauri. Il principale responsabile di questa situazione? Secondo gli esperti è l’uomo con il suo modello di consumo «insostenibile».

Peccato che i lavori del convegno si siano svolti nella sala della giunta provinciale, a Palazzo Ghilini, con quattordici persone sedute al tavolo centrale e poco più di venti (quasi tutti addetti ai lavori) sedute a semicerchio. Incontri simili non attirano certo masse oceaniche, però meriterebbero una attenzione, e partecipazione, ben diversa. Sarebbe stato forse più utile utilizzare uno spazio universitario (Alessandria è sede di due Dipartimenti) o un altro luogo pubblico, facendo leva su una comunicazione mirata, ma allargata, invece di scegliere una modalità che è apparsa autoreferenziale, oltre che logisticamente poco funzionale. La sede originale del convegno doveva essere la vicina sala del Consiglio provinciale, dotata di microfoni e di uno spazio di proiezione che avrebbe evitato a una parte dell’esiguo pubblico di stare per decine di minuti con il collo e la schiena piegati mentre venivano proiettate le diapositive dei relatori.