fn bosco marengoDel nucleare di Bosco Marengo si ricordano ormai in pochissimi. Eppure è sempre lì. Con la provincia di Alessandria che resta uno degli attori principali della radioattività italiana, ma sempre in cerca d’autore. Una audizione della Commissione Industria del Senato che a settembre ha ascoltato Maurizio Pernice, direttore dell’Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin) sulla gestione e messa in sicurezza dei rifiuti nucleari sul territorio nazionale, ha rilanciato più quesiti che risposte. Un altro indicatore, se mai ci fosse bisogno, della incapacità di completare processi avviati da tempo immemore. Durante i lavori della Commissione è stato rilevato ancora una volta che il programma di gestione dei rifiuti nucleari continuare a rimanere in larga misura sulla carta, al punto che l’Unione europea ha aperto una procedura di infrazione. “Dal 2001 al 2017 il programma di smantellamento è stato realizzato per un terzo delle attività previste, costando 3,6 miliardi di euro, cioè il cinquanta per cento del budget, passato a 7,2 miliardi dai 6,8 previsti. In generale, le inadempienze e i ritardi nell’applicazione della direttiva europea in materia sono molteplici” ha detto il presidente della Commissione, Gianni Girotto, come si legge sul sito Business Insider Italia.

Per ora ogni nodo resta irrisolto, a partire dal sito che dovrà ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari e radioattive. Un deposito che non sarà certo economicamente sostenibile sul piano della gestione a meno che l’Italia non importi dei rifiuti nucleari, oppure decida di spendere risorse a fondo perduto per l’eternità. Intanto i rifiuti restano dove sono. Con il Piemonte che è in prima linea perché ospita “tutti gli impianti del ciclo nucleare: lo stabilimento per la produzione di combustibile nucleare Fn di Bosco Marengo, la centrale nucleare di Trino, l’impianto di riprocessamento del combustibile e il deposito di combustibile irraggiato di Saluggia” conferma la Regione Piemonte, ricordando che sul territorio piemontese c’è circa “l’ottanta per cento dei rifiuti radioattivi nazionali (in termini di ‘attività’) allo stato solido e liquido ed elementi di combustibile irraggiato”.

Nel frattempo la Sogin (Società gestione impianti nucleari) ha preso in carico tutti gli impianti, compreso quello di Bosco Marengo, con il compito di smantellare e mettere in sicurezza. Peccato che oltre ai ritardi accumulati negli anni, adesso la Sogin stia veleggiando verso il commissariamento. Mentre tutto il resto rimane immutato. Come a Bosco Marengo. Qui nei primi anni Settanta del secolo scorso è nato l’impianto che ha preso il nome della società che lo ha realizzato, ‘Fabbricazioni Nucleari Spa’ costituita da Ansaldo Meccanico Nucleare e General Electric. La linea di produzione è entrata in funzione nel 1973, anno in cui Agip Nucleare è entrata in società. Fn ha prodotto elementi di combustibile per le centrali nucleari italiane e anche per l’estero. Nel 1987, con la chiusura del programma nucleare italiano, l’impianto ha gradualmente diversificato l’attività, specializzandosi in settori ceramici avanzati quali artroprotesi sanitarie (sfere femorali e coppe acetabolari), componenti porosi per celle a combustibile per l’industria (qui erano iniziate alcune sperimentazioni anche in campo automobilistico), inserti per utensili da taglio e altri prodotti. Nel 1989 la gestione dell’impianto è passata all’Enea che nel 1995 decide di procedere alla disattivazione dell’impianto. Dal 2003 la gestione è della Sogin.

Le operazioni di disattivazione hanno riguardato principalmente lo smantellamento dell’intera linea produttiva. Tutti i materiali rimossi, dopo aver subìto uno o più cicli di decontaminazione e caratterizzazione, sono stati trasferiti nel 2012 nel deposito provvisorio chiamato “Edificio Bld11”. L’anno successivo sono state completate le attività di smantellamento del sistema di ventilazione di tutti gli edifici e nel 2015 è stato approvato dalla Prefettura di Alessandria il nuovo Piano di emergenza esterna. Successivamente è stato approvato il progetto relativo all’adeguamento del locale “B106” (aveva ospitato nel primo tempo tutti i materiali) a “deposito temporaneo per accogliere tutti i rifiuti dell’impianto sino al trasferimento al deposito nazionale”. L’anno scorso è stato approvato il Piano operativo per la attività di trattamento e condizionamento dei rifiuti presenti sul sito. Dallo smantellamento è prevista la produzione di 110 tonnellate di rifiuti radioattivi. I dati sono aggiornati al 31 dicembre 2016 e contenuti nell’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi elaborato dal Centro Nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione.