borsalino museo

Durante l’incontro a Palazzo Lascaris con la Camera del lavoro di Alessandria, nell’ambito della campagna #LavorandoBorsalino a sostegno dei lavoratori della storica azienda produttrice di cappelli, il segretario generale della Cgil, Franco Armosino, aveva chiesto alla Regione “la massima attenzione nel garantire il futuro allo stabilimento, oggi in stato fallimentare nonostante l’elevato numero di commesse”, come si legge sul comunicato del Consiglio regionale. Il presidente dell’assemblea, Nino Boeti, e l’assessore al Lavoro, Gianna Pentenero, ricevendo la delegazione di sindacalisti e lavoratori hanno ribadito la necessità di fare tutto il possibile per salvare la Borsalino, indicando quindi fra le possibili vie da percorrere quella del workers buyout, un’operazione di acquisto di una società realizzata dai dipendenti dell’impresa stessa”. In inglese si chiama workers buyout. In italiano è l’acquisizione dell’azienda da parte dei dipendenti, riuniti in cooperativa. Ma per farlo deve essere prima concluso il processo di liquidazione o fallimento.

L’incontro (che ha acceso qualche tensione nei rapporti fra Cgil, Cisl e Uil perché sembra che a Torino nessuno fosse al corrente dell’iniziativa promossa unicamente dalla Camera del lavoro alessandrina, che ha voluto la campagna supportata da una serie di interviste video realizzate dalla alessandrina Radio Gold) ha avuto ampio risalto nelle cronache giornalistiche, senza però che a qualcuno venisse in mente di approfondire un aspetto che mette la Borsalino al di fuori delle, purtroppo, numerose situazioni di crisi con cui l’Italia deve fare i conti. L’azienda non possiede il marchio. Perciò questa ipotesi, se mai fosse messa in campo, vedrebbe una neocooperativa di lavoratori rilevare un’attività industriale dal valore commerciale quasi pari a zero in quanto privo del marchio Borsalino. Senza contare che le risorse necessarie sarebbero misurabili nell’ordine dei milioni di euro, un obiettivo da ‘missione impossibile’.

Intanto cosa succede in vista del 31 maggio, data in cui scade il contratto d’affitto del ramo d’azienda assegnato alla Haeres Equita di Philippe Camperio? La stessa Haeres Equita, che detiene il marchio, benché sequestrato in via cautelativa, acquistato per 17,5 milioni, dice che si stanno “facendo buoni progressi con i curatori (Stefano Ambrosini e Paola Barisone, ndr)”. Che a loro volta, fino a pochi fa, commentavano con un laconico “nessuna novità”.

Mentre la fine del mese è ormai prossima, una fonte vicina all’imprenditore italo-svizzero parla di una “possibile” proroga e di una altrettanto “possibile” transazione fra la Haeres e i liquidatori cui stanno lavorando gli studi legali di Camperio. Finirà così per la Borsalino dichiarata fallita a dicembre? Oppure l’affitto del ramo d’azienda non verrà rinnovato e la gestione sarà interamente in capo ai liquidatori? Manca poco per scoprirlo.