borsalino museo

Sul futuro della Borsalino pesano ancora troppi, tanti, interrogativi. E sbilanciarsi, in qualsiasi direzione, appare un azzardo. Mentre una parte di società alessandrina, dopo avere scoperto con un ritardo incalcolabile che esiste ancora la storica fabbrica di cappelli, prosegue con iniziative varie e variegate riunite sotto slogan #saveborsalino in cui confluiscono soggetti dei più disparati, aumentano le domande per ora senza risposta. Il sequestro cautelativo del marchio da parte della Guardia di Finanza (era stato comprato per 17,5 milioni di euro dalla Haeres Equita di Philippe Camperio che ha in affitto il ramo di azienda fino a giugno) ha segnato una prima svolta, prevedibile alla luce delle motivazioni che hanno portato alla sentenza di fallimento, in cui non mancano piccoli ‘gialli’. Come quello dell’incontro che l’imprenditore italosvizzero avrebbe chiesto di avere qualche tempo fa con i curatori Stefano Ambrosini e Paola Barisone. “Mai pervenuta una richiesta” è la secca replica. Oppure quello sulle effettive intenzioni in vista dell’avvicinarsi della scadenza dell’affitto. “Certi di dimostrare la regolarità del comportamento tenuto, la Haeres continua nella gestione dell’azienda avendo l’utilizzo del marchio” è il laconico commento che arriva dalla società che ha la sede legale nell’ufficio di Valenza del commercialista Carlo Frascarolo. Non una parola di più.

I lavoratori (l’azienda è regolarmente in attività) sono chiaramente preoccupati perché a oggi le garanzie sono solo a parole, mentre le carte bollate restituiscono una situazione molto più complessa e dall’esito incerto. Almeno per ora. Le organizzazioni sindacali di categoria di Cgil, Cisl e Uil, con Maria Iennaco, Claudio Cavallaretto ed Elio Bricola, hanno richiesto un nuovo incontro con Philippe Camperio e i curatori Ambrosini e Barisone. Il primo è previsto per mercoledì, alle 14, il secondo venerdì, sempre alla stessa ora. Subito dopo è stata convocata l’assemblea con i lavoratori. Non incoraggia del tutto la prospettiva che sta emergendo: un’asta fallimentare per la cessione, insieme, di azienda e marchio. Se prima c’era da un lato la realtà industriale dal valore quasi irrisorio, e dall’altra il marchio da solo e dall’altissimo valore aggiunto, ora si creano le condizioni per un’unica vendita in cui si ricompone il binomio marchio-azienda anche in considerazione delle numerose manifestazioni di interesse ricevute finora e tutte vincolate alla sussistenza del marchio. Una cessione che con queste modalità è certamente positiva. Ma per chi e a quali condizioni?

Il sindacato vorrebbe inserire una sorta di clausola sociale nell’atto di vendita per garantire la futura occupazione, ma quanto è realistica questa ipotesi? E ancora: quali garanzie sarebbe possibile chiedere, sempre da parte sindacale, al futuro compratore per mantenere ad Alessandria lo stabilimento di produzione, salvaguardando i centotrenta dipendenti? Difficile rispondere. L’unica soluzione possibile per salvare un po’ tutto quanto, sarebbe trovare un accordo fra i curatori e la Haeres. In fondo, Camperio ha investito tempo e risorse milionarie per la storica fabbrica di cappelli. Ma i rapporti, quando ci sono stati, sono stati più tesi che altro.

Peraltro nel mirino del Tribunale di Alessandria, che ha respinto la seconda richiesta di concordato preventivo e dichiarato il fallimento della Borsalino, ci sono le operazioni, dall’aumento di capitale all’acquisizione del marchio, che avrebbero avuto come obiettivo finale quello di “trasferire sostanzialmente l’azienda a Haeres”, ma aggirando di fatto alcune delle norme della legge fallimentare. La società e i legali di Camperio sostengono però l’esatto contrario.

Intanto il 13 marzo è in programma a Torino l’udienza di appello sul fallimento. Comunque vada, appare al momento scontato un ricorso in Cassazione da una delle parti e si annunciano tempi biblici prima della sentenza definitiva. Mentre niente è scontato da giugno, quando scadrà l’affitto del ramo di azienda (con possibilità di rinnovo, ancora tutto da verificare) e quando il mercato dovrà fare i conti con un ulteriore aumento di incertezza rispetto al futuro produttivo.