borsalino museo

Le cose stanno andando male”. La battuta arriva verso la fine della scorsa settimana. E ha fatto gelare il sangue. Eppure sembrava che il tempo fosse girato al bello: a fine settembre, infatti, era arrivata la conferma che la società Borsalino Giuseppe & Fratello Spa aveva “depositato un ricorso per l’ammissione alla procedura di concordato ‘in continuità’ basato su un aumento di capitale riservato a Haeres Equita Srl e sospensivamente condizionato all’omologa. Il concordato è sostenuto da Haeres Equita Srl”, la società con sede legale a Valenza, nello studio del commercialista Carlo Frascarolo, che è stata costituita dall’imprenditore italo-svizzero Philippe Camperio che è sceso in campo due anni fa per salvare e rilanciare la Borsalino investendo fior di quattrini. Ha saldato conti con l’Agenzia delle Entrate per debiti non suoi, ha pagato stipendi e rispettato le scadenze contrattuali oltre a quelle pregresse, ha investito in un nuovo macchinario.

Ma neanche l’ultima delicata e complessa fase che è seguita alla bocciatura del primo concordato preventivo, è bastata. E nelle ultime ore ecco circolare l’indiscrezione: il nuovo concordato sarebbe stato respinto. Aprendo le porte al fallimento della Borsalino. Difficile trovare subito una conferma diretta. Solo dopo diverso tempo da ambienti interni alla Haeres Equita arriva la laconica comunicazione che il 7 novembre è prevista l’udienza in Tribunale. Sarà quella l’ultimissima spiaggia, in cui le parti spiegheranno per l’ennesima volta quello che è già stato ampiamente scritto nelle carte. Ma di fronte a una macchina della giustizia che ha bocciato il primo concordato – pur ammettendo che l’azienda era stata risanata e che la gestione del ramo d’azienda affittato da Camperio (fino al 31dicembre, ndr) era stata positiva – con ragioni squisitamente tecnico-normative e senza considerare né l’aspetto umano (il personale), né quello economico (con le ricadute locali e di immagine), le premesse sono gravemente negative. Inoltre ci sarebbe già un decreto che verrebbe illustrato e discusso il 7. La tensione è altissima nella società come nelle fila del sindacato. Nessuno nasconde la preoccupazione, anzi. E c’è chi comincia chiedere come sia possibile che in Italia si chiudano le porte a un imprenditore che ha già investito milioni e che è pronto a rilanciare il cappello Borsalino nel mondo (la produzione è aumentata, così come il fatturato che è aumentato di oltre il venti per cento rispetto ai quindici milioni di euro del 2015 e ha consolidato la presenza del marchio sui mercati internazionali).

La parola ai giudici, allora. Certo è che se qualcosa è andato storto, la conclusione non potrà che essere il fallimento. In questo caso la posizione di Camperio, che ha risanato pure i debiti fatti dai precedenti amministratori, sarebbe identica a quella di un qualsiasi altro acquirente. Uno qualunque pronto a sborsare fior di quattrini per rilevare il marchio conosciuto in tutto il mondo, però magari meno interessato di Camperio a mantenere ad Alessandria la produzione. Sì, perché il rischio è proprio questo. Che si faccia avanti un soggetto (società o fondo finanziario) che, nel pieno della legittimità della normativa italiana, acquisti il marchio, senza garanzie di fatto per lo stabilimento di Alessandria, e poco dopo trasferisca il tutto in qualche lontana nazione.

Un dramma industriale, l’ennesima testimonianza di quanto sia difficile fare impresa in Italia, in particolare di fronte a seri investitori esteri, ma anche l’affossamento del Museo del Cappello. Le conseguenze di una decisione negativa del Tribunale (al quale di questo aspetto chissà se importa) ricadrebbero anche sul fronte culturale. Il museo promosso dall’amministrazione comunale con il sostegno della Regione Piemonte e delle Fondazioni Crt e Cra deve essere infatti gestito dall’azienda Borsalino, come previsto dallo specifico Protocollo d’intesa. Il futuro dello spazio museale in fase di allestimento al piano terreno di Palazzo Borsalino dipende quasi del tutto da quello dell’azienda. Al momento c’è una parte di finanziamento (200.000 euro a carico di Regione Piemonte e Compagnia di San Paolo) e ci sono i soldi, 30.000 euro, per la gestione del trasferimento della sala esposizioni e dei cappelli dal primo piano. Una cifra analoga è stata spesa per preparare la progettazione di massima che dovrebbe essere la base per il progetto esecutivo del moderno e multimediale Museo del Cappello Borsalino, quello presentato nel maggio scorso e che “verrà inaugurato a fine 2017”, come era stato detto da alcuni amministratori locali sull’onda della campagna elettorale. Oggi c’è un cantiere (quasi) finito. Per il museo, invece, la nebbia deve ancora diradarsi. Una nebbia che potrebbe trasformarsi in un devastante buco nero.