tartufo

Quello originale pressoché non si trova. Quello venduto nelle molte fiere che si svolgono in Piemonte in queste settimane, oppure proposto nei ristoranti, a prezzi folli e quasi del tutto ingiustificati per l’entità e qualità del prodotto, non è proprio originale. Anzi. Magari arriva dall’Ucraina, però lo chiamano nostrano (o magari ‘di Alba’) perché purtroppo si può fare. Peccato che l’indicazione del Paese di origine sia obbligatoria, ma quanti commercianti la espongono? Vita dura per il tartufo. Il clima ha determinato una delle peggiore annate da sempre. E la legge italiana non riesce a dare una mano alla chiarezza. Ecco perché la notizia che arriva da Roma è particolarmente significativa per uno straordinario prodotto della terra piemontese, per i consumatori, per l’Università del Piemonte Orientale (Upo).

Il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha recentemente firmato il decreto dipartimentale di nomina del tavolo tecnico della filiera del tartufo che dovrà procedere al confronto con le parti sociali e gli enti interessati sulla bozza di piano di filiera condiviso che porti a una nuova normativa in materia. Il documento era già stato elaborato con il contributo, in qualità di esperto, da Vito Rubino, ricercatore in Diritto dell’Unione europea al Dipartimento di giurisprudenza e scienze politiche, economiche e sociali (Digspes) dell’Upo. L’Ateneo, con il Dipartimento diretto da Salvatore Rizzello, è stato coinvolto anche in questa ulteriore fase del processo di riforma della normativa nazionale, sempre attraverso Vito Rubino. Il tavolo tecnico si riunirà per la prima volta a metà novembre e avrà a disposizione circa quaranta giorni per elaborare le proposte necessarie alla prosecuzione dell’iter per l’approvazione da parte del Governo di un decreto legislativo “ove si ritenesse opportuno l’utilizzo della delega contenuta nel cosiddetto Collegato agricolo” spiega una nota dell’università. La competenza in materia alimentare dell’Università del Piemonte Orientale è un dato ormai acquisito sul piano scientifico, della ricerca e dell’alta formazione. “Con questa ulteriore attività – è il commento che arriva dai vertici dellUpo – si conferma l’impegno a mettere a disposizione della collettività il ‘sapere’ dei docenti e dei ricercatori in ogni situazione ove sia necessario un approfondimento e una elevata competenza”.

Che ci sia un problema di aggiornamento delle regole a un mercato e un’economia profondamente cambiati è scontato perché la disciplina storica della materia ormai ha più di 30 anni. “Le future norme – spiega Rubino – mirano a introdurre disposizioni finalizzate a salvaguardare e migliorare l’ambiente tartufigeno, incentivando la manutenzione delle aree boschive e garantendo il mantenimento della produttività nazionale (oggi in forte declino per l’eccessiva antropizzazione degli ambienti naturali e la scarsa manutenzione dei boschi); disciplinare in modo organico la fiscalità della filiera, al fine di far emergere una parte considerevole di economia sommersa; disciplinare gli aspetti igienico-sanitari e commerciali della filiera, garantendo soprattutto la tracciabilità dettagliata del prodotto e l’indicazione corretta dell’origine. Insomma: il tartufo italiano tornerà a essere solo ed esclusivamente quello italiano”.