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I conti nel comunicato stampa non ci sono. Non mancano, invece, le dichiarazioni tranquillizzanti che contengono, peraltro, elementi contabili oggettivi. Ma forse non basta. Perché se i conti semestrali della sanità sono in profondo rosso, ma il 2017 si dovrebbe comunque chiudere con un sostanziale pareggio perché arriveranno le risorse ancora attese, quella che emerge è anche una fragilità del sistema ancora diffusa in regione. Con dei dati allarmanti in una delle realtà che, forse non a caso, ha visto aprire la discussione, anche con atti istituzionali, sul progetto di accorpamento di Asl e azienda ospedaliera. I dati trasmessi dall’assessorato regionale alla sanità, guidato da Antonio Saitta, ai gruppi consiliari sono accompagnati da svariate puntualizzazioni: “I bilanci trimestrali delle aziende sanitarie regionali sono sotto controllo e non c’è nessuna situazione che sfugga all’Assessorato alla Sanità, impegnato a mantenere l’importante risultato dell’uscita dal piano di rientro del debito sanitario che per lunghi anni ha gravato sulla sanità piemontese. Nel commentare il risultato semestrale occorre tenere conto che mancano voci di entrata legate a risorse vincolate extra-fondo nazionale non ancora assegnate e mancano le entrate da payback e gli sconti relativi alla spesa farmaceutica, la cui entità è determinabile solo a fine anno. Raggiungeremo anche nel 2017 l’obiettivo dell’equilibrio nonostante che il Fondo sanitario nazionale sia sempre rimasto identico – dice Antonio Saitta – e ribadisco che il monitoraggio con le singole aziende sanitarie da parte nostra è costante e puntuale”.

Quello che la comunicazione istituzionale non dice è quanto sia profondo il segno negativo. Un conto che si ferma a – 189 milioni di euro. Potrebbero essere quasi tutti compensati entro fine anno, anche se da alcune indiscrezioni di fonte torinese emerge che c’è il rischio che comunque manchino all’appello alcune decine di milioni, mettendo così a rischio l’obiettivo dell’equilibrio di bilancio al 31 dicembre. Scorrendo la tabella generale si scopre subito che la parte del leone la fa il capoluogo regionale con l’Asl Città di Torino che perde 28.284.000 euro. Ma subito dopo c’è l’Asl di Alessandria con un deficit di -11.443.000 milioni. Un risultato pesante per l’azienda diretta da Gilberto Gentili. Le due Asl di Cuneo sommano poco più di 9 milioni di buco, mentre nel resto della regione, escluse le altre Asl del torinese, viaggiano intorno ai 3 milioni di rosso. L’azienda ospedaliera ‘Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo’ di Alessandria deve fare i conti con un disavanzo di 6.402.000 euro, cifra di poco superiore a quello dell’azienda ospedaliera di Novara (5.929.000). Ancora una volta è Torino, con l’azienda ospedaliera universitaria Città della Salute che registra un – 66 milioni, a fare mettere in crisi l’equilibrio economico-finanziario globale.

In un quadro di bilancio complessivo della sanità piemontese che registra un andamento, fisiologicamente in negativo per i primi sei mesi dell’anno, alcune accelerazioni a questo punto appaiono frutto di problemi più profondi e complessi. Il caso alessandrino è esemplare. “Sull’urgenza di un accorpamento tra Asl e azienda ospedaliera di Alessandria – spiegano Domenico Ravetti, Pd, primo firmatario insieme al capogruppo di Mdp, Valter Ottria – è stato depositato in Consiglio regionale un atto di indirizzo, sottoscritto da tutti i capigruppo di maggioranza e dal collega Mighetti del M5S, in cui chiediamo alla Giunta di accelerare i tempi e presentare una proposta di deliberazione che vada in questa direzione”. La mozione dovrà essere votata dall’assemblea consiliare di Palazzo Lascaris e, quindi, essere tradotta entro due mesi dall’approvazione in una proposta di deliberazione della giunta regionale per dare il via alla fusione tra le aziende sanitarie di Alessandria. Le parole di Ravetti e Ottria sintetizzano non solo il testo della mozione regionale, ma rappresentano anche una svolta netta della politica. Con il Consiglio regionale che vuole tornare a un ruolo di indirizzo e programmazione, e un gruppo di consiglieri che sta rafforzando ruolo e influenza. Domenico Ravetti è sempre stato pacato e mai polemico. “I tentativi compiuti negli anni per mettere in rete tutti i presidi sanitari alessandrini con l’obiettivo di razionalizzare, qualificare e potenziare l’offerta non hanno prodotto risultati soddisfacenti. La cooperazione tra Asl e Aso è sempre stata debole e siamo arrivati a un punto in cui la creazione di un’unica azienda sanitaria non è più procrastinabile” dice. Poi aggiunge, sempre con Ottria: “Le responsabilità di tale situazione non sono imputabili alle dirigenze delle aziende, ma alla specificità del territorio”. Sarà. Però se pubblicamente nessuno dice una mezza parola in più, nei corridoi delle due aziende si raccolgono voci sempre più critiche che spaziano dalle nomine di direttori delle strutture ospedaliere, alle modalità di riordino e riorganizzazione di diversi servizi sui territori. Senza contare, nel caso dell’azienda ospedaliera di Alessandria, di una tensione palpabile dovuta ad alcune scelte come quella che ha portato al ricorso crescente di personale dell’Amos (Azienda multiservizi sanitari e ospedalieri, sede a Cuneo, società consortile a responsabilità limitata i cui soci sono l’azienda ospedaliera ‘S. Croce e Carle’ di Cuneo con il 34,93 per cento, l’Asl Cn1 con il 33,4, l’Asl di Asti con il 25,05, l’Asl Cn2 con il 4,18, l’azienda ospedaliera di Alessandria con il 2,44 per cento; all’interno del ‘Comitato per l’esercizio del controllo analogo’ di Amos siede Francesco Arena, direttore amministrativo dell’azienda ospedaliera alessandrina), oppure a legami con esponenti politici che evidentemente non sono visti di buon occhio da un’altra parte del mondo politico.

Il caso rilanciato da Maria Giovanna Maglie sul sito Dagospia è esemplare. La giornalista racconta di uno scontro vivace all’interno di una Commissione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) che stava discutendo sulla richiesta di decadenza del consigliere Renato Balduzzi (alessandrino e già ministro della Salute nel governo Monti, ndr). La decisione da prendere, e rinviata all’8 novembre per svolgere ulteriori approfondimenti, era realtiva al fatto “se l’articolo 33 della legge costitutiva del Csm, che vieta ai componenti di lavorare per società di capitali, valga anche per il professore Renato Balduzzi. Si tratterebbe anche di capire come mai Renato Balduzzi, membro di nomina parlamentare del Csm per conto di Scelta Civica, si senta autorizzato a essere contemporaneamente presidente del Consiglio di amministrazione, lo è dal 2013, di una mega clinica in Romagna, che sarà un ente senza scopo di lucro, a lui non darà un cent di compenso, ma solo rimborsi spese, ma è anche e sicuramente una società a responsabilità limitata, e denaro ne gestisce non poco” scrive Maria Giovanna Maglie. Renato Balduzzi, dal canto suo, come riporta la stessa autrice dell’articolo, replica che “è stato autorizzato” e “la chiude lì per ora”.

L’Istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori (Iest) di Meldola è dedicato alla cura, alla ricerca clinica, biologica e traslazionale e alla formazione in campo oncologico. Il presidente del Consiglio di amministrazione è Renato Balduzzi “al quale sono attribuite la rappresentanza della società nei confronti di terzi, anche in sede giudiziale, e la firma sociale. Il presidente assicura la gestione complessiva dell’Istituto nel rispetto dei principi di imparzialità, buon andamento e trasparenza della amministrazione, nonché dei criteri di efficienza, efficacia ed economicità” si legge sul sito dell’istituto. E l’Irst di Meldola è uno dei due protagonisti (l’altro è l’istituto di ricerca farmacologica ‘Mario Negri’ di Milano) dell’accordo quadro sottoscritto dall’azienda ospedaliera di Alessandria che ha un obiettivo molto alto. Fare diventare l’ospedale di Alessandria un Irccs, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico.

Sono i legami fra il direttore generale attuale dell’ospedale e l’ex ministro della Salute che hanno sempre fatto discutere una parte della comunità alessandrina (peraltro sempre sotto voce e lontano dai riflettori delle cronache ufficiali), una discussione che ora pare riaccendersi a Torino dove c’è chi sta iniziando a scandagliare il periodo di gestione della direzione di Giovanna Baraldi che scadrà con il prossimo mese di maggio.