scuola

Si viene trasferiti dove c’è posto. Come ogni anno arriva il momento dei trasferimenti degli insegnanti e le polemiche scoppiano come da tradizione. Questa volta, però, la colpa di un trasferimento da Bari a Modena (per esempio) non viene attribuita dall’insegnante di turno alla particolare cattiveria e animosità del burocrate che sta seduto in un ufficio triste e polveroso del ministero. No, nel 2016 la responsabilità è di un algoritmo che elabora nominativi e punteggi e poi assegna i posti. Apriti cielo. Manifestazioni a Napoli (con tafferugli) e Palermo, contestazioni diffuse e attacchi alla gestione del ministero.

Già. Ma si viene trasferiti dove c’è posto. Se ci sono più studenti al nord, cosa bisogna fare? Spostare i ragazzi? Un conto possono essere gli errori di un sistema per le assegnazioni delle cattedre, un altro è protestare per un trasferimento annunciato e previsto (c0me succede da decenni). Fino a poco tempo fa, larga parte di questi docenti erano per giunta precari. Oggi hanno un contratto a tempo indeterminato in tasca e maggiori tutele. Andare da una regione all’altra significa cambiare radicalmente vita. Certo. A tutti piacerebbe avere il lavoro sotto casa (dillo a quei pendolari che ogni giorno provano sulla pelle la qualità del servizio di Trenitalia oppure fanno ore di coda lungo le tangenziali dei grandi centri del nord) e restare stanziali – come quelli che nelle balere aspettavano il pezzo lento, il ‘ballo del mattone’, per non fare fatica e stringere il partner forte forte – ma non è sempre possibile.

In un Paese alle prese con crisi devastanti, il posto fisso pubblico e a tempo indeterminato dovrebbe tacitare ogni malumore. Invece no. Neanche così va bene.

Si viene trasferiti dove c’è posto. Forse.