sagra

Un bell’antipasto, almeno nelle intenzioni: tartare di carne Fassone, tagliata spessa. Poi i tagliolini. Sugo quasi assente e blocco di pasta, tipico del precotto. Quindi carne di secondo, senza nulla da segnalare in quanto a identità e qualità. Infine il dolce. Quello in menu ovviamente è già finito e quindi arriva il sostituto: una torta gelata che non si riesce ad aggredire nemmeno con potenti forchette e coltello. Acqua e una bottiglia di vino. Il servizio? Coerente con la serata. Quanto per il disturbo? Oltre 22 euro a testa. Siamo in provincia di Alessandria a una delle tante sagre estive. Un mercato che riesce ancora a coinvolgere migliaia di persone, a fare incassare soldi a Pro Loco di varia natura e a dare una immagine distorta del territorio, dei prodotti, delle tipicità. Sì, perché ancora nell’anno 2016 continuano a essere proposte in terra piemontese sagre che parlano di mare, oppure di carne di bufalo (una filiera presente da diversi anni in Piemonte è quella della produzione di mozzarelle, ma da qui a proporre la carne come prodotto tipico ne corre), o ancora di piatti che di tipico del territorio non hanno nulla. Ma il business e la diseducazione alimentare imperano ancora parecchio, alla faccia dei richiami delle associazioni di categoria alla lotta alla concorrenza sleale o dei controlli della Finanza oppure di Asl e Nas. Quei controlli cui tutta la ristorazione deve giustamente sottostare, ma che per le sagre e le varie Pro Loco diventano qualcosa di indefinito. Molti organizzatori replicano che la gente continua ad andare. Ed è vero. Cosa passa per la testa delle persone che spendono a fine serata più che in pizzeria o in un ristorante, mangiano con posate e piatti di plastica su tovagliette di carta e non sono in grado di conoscere la provenienza delle materie prime? Chissà? Forse il problema è più complesso ed è legato alla mancanza di una cultura alimentare legata al territorio, alla incapacità delle istituzioni di svolgere un’azione di coordinamento e di controllo e alla ricerca, invece, di facile consenso di immagine e di risorse. Una volta, quando le sagre erano davvero poche e legate alla tradizione, gli incassi servivano a finanziare progetti territoriali, interventi di restauro, valorizzazione dei prodotti. E oggi?