Il Piemonte è capofila delle Regioni italiane per il progetto di ‘industria 4.0’. Chissà se in provincia di Alessandria qualcuno se ne è accorto? Il Piemonte, nei giorni scorsi, ha guidato la delegazione della Conferenza delle Regioni in Parlamento dove sono state illustrate ai deputati della Commissione Attività Produttive le strategie per favorire i processi di innovazione e cambiamento della produzione: l’industria intelligente, infatti, cambierà i modelli produttivi e quelli economici. Ma nell’Alessandrino qualcuno ne parla? Il sistema locale si accorge che il mondo sta cambiando? Domande retoriche solo in apparenza perché è dalla capacità di intuire, comprendere i cambiamenti, anticipare le svolte che si misura la competitività, la competenza, la credibilità e l’autorevolezza di un territorio. Quella definita ‘industria 4.0’ è la nuova, grande, opportunità rappresentata dall’innovazione tecnologica industriale digitale nei processi manifatturieri. Cosa serve? Una “corretta strategia anche sul territorio per la trasformazione digitale dell’industria” dice il Piemonte. E per fare questo occorre “abbandonare i vecchi modelli e approcci”. Ovvero, basta ragionare per settori chiusi e per comparti ancora più separati gli uni dagli altri. A margine dell’incontro, Cristina Bargero, deputato del Pd e membro della Commissione parlamentare, ha sottolineato come le Regioni debbano concentrare l’impegno nella formazione, progettando corsi più mirati rispetto “ai molti, talvolta dispersivi e poco utili del passato” e quindi giudica “altrettanto indispensabile accelerare sulla banda larga e ultra-larga”. Le dichiarazioni rilasciate al piemontese ‘Spiffero’ fanno riflettere.

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Una tradizionale linea di produzione industriale dove la presenza di tecnologia sta comunque crescendo

E pensando all’Alessandrino certo viene un po’ male. Fra ‘campanili’ in perenne conflitto, chiusure culturali e mentali, approssimazione delle pubbliche amministrazioni e ben scarsa capacità di vedere, e di conseguenza capire, i cambiamenti, la provincia non è messa bene. Però non lo è, ancora una volta, per la mancanza di industrie e capacità imprenditoriali, bensì per la cronica carenza di visioni illuminate e condivise fra gli enti economici, gli amministratori pubblici, le associazioni di categoria e le parti sociali.

Eppure… La provincia di Alessandria è sempre una realtà di riferimento a livello regionale. La conferma, ennesima, arriva da UnionCamere Piemonte, Confindustria Piemonte, UniCredit e Intesa Sanpaolo che hanno fatto il punto sulla struttura patrimoniale delle piccole e medie imprese piemontesi e sulla dinamica del credito in Italia e in Piemonte. Dai dati emersi durante la giornata ‘La nuova finanza d’impresa per la crescita del Piemonte’ emerge la fotografia di un tessuto robusto e discretamente sano fatto di 442.862 imprese registrate, nel 2015, che sono pari a 122 imprese ogni mille abitanti (il doppio rispetto a Regno Unito e Germania, una volta e mezza rispetto alla Francia, due terzi della densità della Repubblica Ceca). Il Piemonte si colloca al dodicesimo posto tra le regioni italiane per densità imprenditoriale, superando il dato medio nazionale (118).

Certo, la dimensione resta sempre troppo piccola con un numero di addetti per impresa che in Piemonte e in Italia è di quattro unità, mentre la media dell’Unione europea è di sei (come in Francia), che salgono a dieci in Inghilterra e a dodici in Germania. Ma quando si analizza la specializzazione, allora l’Alessandrino si distingue in positivo: c’è una presenza molto forte e strutturata di imprese che operano nel settore dei mezzi di trasporto, dell’imprenditoria meccanica, dei servizi di informazione e comunicazione, della  chimiche e materie plastiche (sistema diffuso e ben strutturato), delle attività professionali, scientifiche e tecniche (buona presenza), alimentari e bevande (molto bene, come per tutto il Basso Piemonte).

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Una tradizionale linea di produzione industriale dove la presenza di tecnologia sta comunque crescendo

La nuova finanza d’impresa può incidere positivamente sul processo di crescita. Da un’analisi della Direzione Studi e Ricerche di IntesaSanpaolo emerge come le aziende  interessate da operazioni di private equity siano più dinamiche e redditive. Per Dario Prunotto, Regional manager Nord Ovest di UniCredit, l’andamento del prodotto interno lordo regionale e nazionale dal 2008 nelle analisi di UniCredit mostra come il Piemonte “faccia da traino rispetto all’economia nazionale, sia nei picchi di recessione che oggi in quelli di ripresa”. E Cristina Balbo, direttore regionale Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria di IntesaSanpaolo, precisa come la regione stia “cogliendo segnali di accelerazione della ripresa”. Anche per Confindustria Piemonte, con il presidente Gianfranco Carbonato, dopo anni di crisi “iniziamo finalmente a vedere qualche segnale di ripresa, sia pure ancora debole ed esposta a rischi di ricaduta”. Se le imprese italiane si caratterizzano per “un’elevata dipendenza dal credito bancario per finanziare iniziative di sviluppo e investimento”, sono ancora poco diffusi “gli strumenti di finanza alternativa, tanto di equity quanto di debito”. Confindustria è convinta che lo sviluppo della finanza alternativa “sia fondamentale per accelerare l’evoluzione del sistema produttivo verso assetti più moderni, aperti e dinamici, portando le imprese verso un rafforzamento patrimoniale e innalzando la loro appetibilità da parte degli operatori finanziari”.

Il cambiamento del modello economico (non c’è più una crisi planetaria, bensì una nuova economia mondiale) e l’aumento del debito privato, insieme al ruolo della finanza che ha invertito il rapporto che ha sempre avuto con l’economia, delineano intanto scenari tutti da interpretare.

Ma ad Alessandria è tutto tranquillo.