Fondere. Sembra questa la parola d’ordine di questi giorni. Si fondono i grandi gruppi editoriali (Stampa-Repubblica) e si fondo le banche (Popolare-Bpm). Nelle dichiarazioni si sprecano entusiasmo e valutazioni che trasudano ottimismo. Peccato che del dietro le quinte, non si occupi alcuno. L’altra faccia della medaglia è l’occupazione. Quella nei giornali, perché la fusione fra i grandi gruppi causerà molti tagli (e quanto è avvenuto a Genova con il Secolo XIX è un esempio). E quella negli istituti di credito. Non parliamo solo delle poltrone degli amministratori dove, secondo una ricostruzione di Corriere Economia, sono “almeno 110 i posti da amministratore che dovranno essere tagliati nei prossimi mesi. La fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano potrebbe richiedere il sacrificio di 32 poltrone, trenta consiglieri da mettere da parte contro la loro manifesta volontà” scrive infatti Stefano Righi. La Banca centrale europea (Bce) sostiene “che un istituto come quello che andrà a formarsi può essere agilmente amministrato da un consiglio di quindici amministratori”. Ma quanti dipendenti e quanto sportelli sopravviveranno? Ad Alessandria, per esempio, c’è la storica rete della Cassa di Risparmio che da anni appartiene alla Bpm. Ed esiste una altrettanto storica presenza della Banca popolare di Novara, entrata a fare parte, da tempo anch’essa, della galassia del Banco popolare. In questa terra di confine, a cavallo fra Piemonte, Lombardia e Liguria, nessun amministratore pubblico, rappresentante di categoria o sindacalista si è minimamente preoccupato di iniziare a riflettere su un processo di aggregazione che avrà ripercussioni non solo sull’occupazione o sulla permanenza o meno di filiali sul territorio, ma sul più profondo rapporto fra istituti di credito e tessuto socioeconomico. Di una cosa si può stare tranquilli. Alessandria inizierà a discutere. Però solo quando la polvere causata del crollo di un intero sistema si sarà posata. Da qualche anno.