I giornalisti non possono fare pubblicità. E’ un divieto ben preciso. E ci mancherebbe. Ma i cuochi? Lo so, i giornalisti hanno un ordinamento professionale che, fra molti moltissimi difetti e qualche pregio, garantisce il cittadino rispetto alla qualità dell’informazione che ogni giorno arriva nelle case degli italiani (e su questo non apro alcuna parentesi, per ora). Però quanto è credibile uno ‘chef’ che presta volto e nome per una pubblicità ingannevole? Mette in campo nome e qualità professionali per dire che una patatina fritta industriale è come quella ‘fatta in casa’. Intanto l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) sanziona con oltre un milione di multa quattro produttori di patatine fritte, appunto per pubblicità ingannevole. Poi c’è chi, volto noto di programmi televisivi, cambia alcuni ingredienti di una ricetta storica e tradizionale e di fronte alle contestazioni e critiche risponde così: “Nella mia ricetta aggiungo l’olio perché alleggerisce, faccio la fonduta di formaggio e non lo aggiungo a scaglie per lo stesso motivo”. Niente di male a farlo. Basta però dirlo. Altri cuochi sostituiscono alcuni ingredienti di base per assicurare una migliore digeribilità, però senza cambiare le ricette. Invece sempre il volto noto dei programmi televisivi aggiunge: “La tradizione non esiste nella cucina italiana, è una bugia e non volerla modificare è campanilistico. Noi cuochi viviamo quotidianamente il percorso gastronomico, assurdo che rimanga tutto statico. Chi difende a spada tratta ha paura di confrontarsi, io sono per la modernità”. Ma fra la pura, e a volte algida, modernità, l’eleganza artistica e l’equilibrio di un piatto ‘inventato’ e l’autenticità di una ricetta del territorio, ben eseguita con i prodotti locali e di stagione e una precisa radice e identità culturale (che è quella che peraltro gli stranieri cercano sempre in Italia) continuo a preferire la seconda.